Intervento di Nicola Rossi – Assemblea Fondativa di Italia Unica

Ho scritto troppi programmi per non sapere che se la discussione sul programma diventa una discussione sul singolo paragrafo, se non sul singolo inciso o sul singolo aggettivo, il programma non c’è più. Perché un programma non è qualcosa che comincia con “acquacoltura” e finisce con “zootecnia” (e, credetemi, ce ne sono stati di questo tipo). Un programma è, prima di ogni altra cosa una idea del paese che si ambisce a governare ed una indicazione di quei pochi elementi di fondo cui la politica si impegna a far riferimento quale che sia la questione da affrontare e, possibilmente, risolvere.

E quindi – nella inedita veste di garante del programma (una sorta di “revisore delle idee”, se capisco bene, e quindi per definizione terzo e indipendente) – mi limiterò oggi a suggerire un paio di questi elementi di fondo. Dal mio punto di vista, naturalmente, e dunque da un punto di vista schiettamente liberale. Ogni altro, per quel che mi riguarda, suonerebbe stonato.

Negli ultimi dodici mesi abbiamo cambiato radicalmente parti importanti della nostra classe dirigente, stiamo modificando in profondità le nostre istituzioni, abbiamo sperimentato ritmi e modalità della comunicazione politica del tutto nuovi, ma non riusciamo a non considerare il riferimento alla cultura liberale come una medaglia da appuntare sul petto proprio o di altri. Valga per tutti la premura con cui illustri commentatori si sono affrettati a dipingere l’attuale presidente del consiglio – così come gli stessi o altri avevano fatto con i precedenti sei della Seconda Repubblica– come un autentico leader liberale.

Ma essere liberali non è un merito o un demerito: è semplicemente un modo di leggere se stessi e la società che abbiamo intorno. Si può tranquillamente essere leader politici di prima grandezza senza essere liberali (anche se, evidentemente, una presunzione molto diffusa sembrerebbe negarlo, la qual cosa –ammetterete – ha un certo fascino).

Ad essere liberale, dunque, non è questo o quel provvedimento ma la visione delle cose che informa l’attività politica. Il liberalismo non è un menù. E non si danno liberali à la carte. E non a caso. Perché un liberale sa bene che le società e le economie sono entità strettamente interconnesse. E altrettanto lo sono i mercati. E adottare soluzioni liberali in un dato mercato e dirigistiche in altri mercati è la ricetta sicura per scaricare su pochi (e solitamente sui più deboli) i costi delle riforme senza far crescere il livello complessivo di efficienza del sistema.

E quindi liberalizzare al margine il mercato del lavoro facendo un nuovo piccolo passo nella direzione – giusta, sia chiaro – del superamento dell’art. 18 e continuare a rinviare la legge annuale sulle liberalizzazioni, significa scaricare tutti i costi dell’aggiustamento sui lavoratori ed in particolare sui lavoratori più deboli (i giovani e le donne, i meridionali). Abbiamo scelto questa strada anche negli anni novanta con risultati non particolarmente brillanti ed anzi socialmente molto costosi. Ma la memoria delle classi dirigenti – soprattutto delle nuove – può essere straordinariamente corta.

Una impostazione liberale avrebbe fatto delle liberalizzazioni uno dei punti principali dell’agenda di governo. Ma la realtà è che le liberalizzazioni – quelle vere, non le scenografiche “lenzuolate” – sembrano invece scomparse dai radar della politica economica. Sia chiaro: sarebbe ingeneroso negare che il decreto contenente misure urgenti sul sistema bancario sia il primo, vero, atto di governo dell’attuale esecutivo. Ma sarebbe altrettanto sbagliato non segnalare che non vorremmo attendere altri 12 mesi per salutare il secondo, vero, atto di governo.

E – secondo suggerimento – una lettura liberale della società ruota intorno alla volontà di restituire margini di scelta, spazi di libertà ai cittadini. In tutti i campi. A 360 gradi. Senza eccezioni. E allora, per fare solo qualche esempio, è piuttosto difficile considerare compatibile con la cultura liberale una proposta di legge elettorale che in larga misura ancora nega, in continuità con la legge elettorale attuale, agli elettori la possibilità di scegliere i loro rappresentanti. E’ appena il caso di osservare che esattamente per questo motivo sono scesi in piazza gli studenti di Hong Kong.

E una lettura liberale della società imporrebbe di restituire margini di manovra ai cittadini in primo luogo attraverso la riduzione del prelievo fiscale ma non già a debito, bensì attraverso il taglio delle spese. E invece che cosa sia la legge di stabilità lo abbiamo ormai capito tutti: tagli di spesa controbilanciati pressoché integralmente da nuovi incrementi di spesa e una spesa pubblica corrente al netto degli interessi che cresce ancora nel passaggio dal 2014 al 2015. Ed un po’ di redistribuzione fiscale centrata sull’idea – questa veramente molto poco liberale e soprattutto vecchia come il cucco – che nello stesso individuo o nello stesso nucleo familiare non convivano il consumatore, il produttore ed il risparmiatore. Nella speranza – ovviamente vana – che operazioni di pura e semplice redistribuzione del carico fiscale possano avere qualche effetto.

E, per rimanere sulla stessa linea di analisi, abbiamo capito anche in questi mesi che se, da un lato, il percorso delle privatizzazioni – un’altra cartina di tornasole di una visione liberale – incontra evidenti difficoltà, dall’altro non altrettante difficoltà incontra la rapida riconquista di spazi produttivi da parte del settore pubblico e a scapito del settore privato. Il decreto di qualche giorno fa nuovamente lo testimonia.

Per una politica liberale l’Italia deve, insomma, ancora aspettare. Non c’è stata e non c’è. Se proprio si vuole trovare un parallelo con i nostri giorni il profilo che viene in mente non è quello anglosassone di Tony Blair ma piuttosto quello aretino di Amintore Fanfani. Non esattamente quel che si definirebbe un punto di riferimento per il mondo liberale. Non sarebbe però corretto affermare, come ho fatto in partenza, che negli ultimi dodici mesi abbiamo cambiato molto per non cambiare niente (o quasi).  Qualcosa abbiamo cambiato, ma non sempre per il verso giusto.

Il 14 gennaio scorso, un esponente di primissimo piano della politica italiana, in un’occasione solenne davanti al Parlamento europeo, commentando i dati che segnalavano un incremento del reddito disponibile delle famiglie ed una contestuale stasi dei consumi, ha affermato testualmente: “Le famiglie italiane hanno visto crescere i propri risparmi. Le famiglie italiane si stanno paradossalmente arricchendo”. Come non avrete mancato di notare, nel breve spazio di 119 caratteri (spazi inclusi, un tweet insomma) si è stati capaci di confondere, in scioltezza, valori assoluti e rapporti percentuali, flussi e stock. Una performance di rilievo. Di fronte alla quale credo che anche i miei studenti meno dotati avrebbero avvertito qualche disagio.

Ecco, su questo punto mi farebbe piacere che il programma non innovasse minimamente anzi tornasse al passato remoto. Non solo la competenza non guasta ma a volte – lo so, è difficile crederlo di questi tempi ma vi prego di farlo – può addirittura essere di aiuto.

Infine, consentitemi di chiudere con una citazione. Viene da qualcuno al quale non mancava una qualche esperienza politica. Una citazione che chi si accinge a fare per la prima volta politica (come molti di voi) e chi fa politica da una vita – penso al presidente del Consiglio – dovrebbe mandare a memoria: “You can fool all the people some of the time and some of the people all the time, but you cannot fool all the people all the time” (Si può ingannare qualcuno sempre e tutti qualche volta, ma non si possono ingannare tutti sempre). Sono parole di Abraham Lincoln. E, ovviamente, ogni riferimento a persone realmente esistenti e/o a fatti realmente accaduti in questo paese negli ultimi anni, negli ultimi mesi ed anche negli ultimi giorni è puramente casuale.

Grazie e buon lavoro a tutti voi.